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martedì 16 febbraio 2010

Dispositivi anti-cormorano in Valsesia





A pochi giorni dalla riapertura della pesca in Valsesia, mi pare possibile esprimere alcune considerazioni in merito ai dispositivi anti cormorano che, per la prima volta in Valle, sono stati posizionati a difesa di 23 lame garantendo la protezione di quasi 10 Km di fiume.
I lavori di stesura sono cominciati il giorno successivo alla chiusura della pesca al temolo, lunedì 1 dicembre e sono terminati giovedì 23 dicembre 2004.
Le operazioni hanno coinvolto un numero di persone variabile da un min. di 2 ad un max. di 12 al giorno, per un totale di 296 ore lavorative, 54 presenze e 21 operatori tra guardie e volontari SVPS e volontari AVPB.
Tutte le operazioni sul fiume sono state condotte con la presenza di almeno una guardia SVPS.
Sono stati utilizzati circa 4200 mt di bandelle da cantiere bianche e rosse e 1800 mt di rafia sintetica gialla.
I cavi sono stati fissati utilizzando sia ancoraggi naturali ( rocce, sporgenze, radici e rami) che paletti di legno di circa 180 cm di altezza.
Meno impegnative e più veloci del previsto sono state le operazioni di rimozione.
Tre volontari e una guardia, in due giorni di lavoro, per un totale di 48 ore ( 6 ore uomo al giorno), sono bastati a garantire la rimozione di tutti i nastri stesi in precedenza. Il materiale è stato raccolto in sacchi e gettato nei cassonetti perché non più recuperabile.


La copertura delle acque, dove la presenza di Marmorate e Temoli era già stata ampiamente verificata nel corso della stagione di pesca, è avvenuta disegnando un profilo a “dente di sega”, cosa che ci ha permesso di utilizzare meno ancoraggi e contemporaneamente, di aumentare la superficie di ingombro dei nastri.
Nel corso delle operazioni sono stati avvistati alcuni stormi di cormorani composti da un numero variabile di individui ( da un min. di 2 ad un max di 33), che alla vista dei nastri e degli operatori, hanno immediatamente ripreso quota , arrivando spesso ad invertire la rotta tornandosene a valle.
Dal termine dei lavori di stesura e per tutto l’inverno, fino all’inizio dei lavori di rimozione dei nastri, l’asta fluviale del Sesia è stata saltuariamente pattugliata dalle guardie e dai volontari dell’AVPB, allo scopo di verificare l’efficacia dei dispositivi anti-cormorano e per creare disturbo, anche attraverso l’esplosione di petardi, nelle zone che non sono state nastrate.
Abbiamo così verificato l’efficacia dei dispositivi, che hanno impedito ai cormorani di predare le lame nastrate e che , da recenti sopraluoghi, hanno evidenziato una presenza di pesce pari a quella di fine autunno..
Solo in un paio di occasioni sono stati avvistati alcuni cormorani ( da 2 a 4) che tentavano, con scarso successo, di superare gli ostacoli.
Sulla base di osservazioni già fatte in altri bacini del nord Italia ( Alto Toce e Adda), da Gestori e Associazioni, abbiamo potuto appurare che quasi sempre, i tentativi di infiltrazione fra i nastri, sono relativi ad individui giovani con scarsa esperienza ed efficacia predatoria.
Anche i livelli delle acque, particolarmente bassi a causa della mancanza di importanti fenomeni atmosferici, hanno contribuito a ridurre i danni provocati dai cormorani che, a causa della loro tecnica di caccia, risultano molto impacciati e goffi in acque poco profonde ( fino a circa 50 cm).


Sulla base di queste prime esperienze è possibile individuare una serie di accorgimenti che potranno consentirci di operare con maggior efficacia nei prossimi anni.

1) I cavi dovranno essere fissati ad una altezza di almeno 150cm da terra, allo scopo di evitare che il manto nevoso possa, come in effetti accaduto in alcuni siti, incorporare gli ancoraggi schiacciando i nastri verso il pelo dell’acqua.
Va comunque sottolineato che, anche quando alcuni nastri si sono praticamente posati sul pelo dell’acqua, l’effetto dissuasivo ha continuato ad essere garantito poiche i nastri non sono stati recisi dalla corrente o dal ghiaccio e la loro presenza è comunque percepita dagli uccelli che li sorvolano.

2) Le bandelle bianche e rosse, acquistate presso le ferramenta locali, hanno dimostrato scarsa resistenza alla trazione ed una rapida perdita di colore, riducendo sensibilmente l’impatto visivo.
Esistono però in commercio delle bandelle realizzate con materiale plastico molto più resistente, anche per quanto riguarda la durata del colore che, oltretutto, possono essere stese direttamente sul fiume senza l’ausilio dei cavi, almeno laddove le precipitazioni nevose si possono considerare improbabili o comunque di scarsa entità ( settore A della concessione SVPS), riducendo notevolmente i tempi di posa.

La rafia sintetica, utilizzata come supporto per le strisce di bandelle ( circa 50 cm) che ad essa sono state legate in modo da presentarsi perpendicolari alla superficie dell’acqua, si è dimostrata molto resistente alla trazione ma poco allo sfregamento sugli ancoraggi ( in particolare sulle pietre).
Per ovviare a ciò , dal prossimo autunno, si potrebbero utilizzare rocchetti di rafia ritorta in trecce da tre fili, mentre per le lame più larghe, ove le campate richiedono l’uso di cavi più robusti, il trecciato marino di almeno 3 mm sarebbe certamente in grado di sopportare il peso e la tensione, oltre che l’azione del vento di caduta ,sempre molto forte nella seconda parte dell’inverno.

4) Le lame che scorrono tra sponde di difficile accesso (pareti a picco o speroni rocciosi) hanno richiesto maggiore impegno e perizia, tanto che in un paio di occasioni si è dovuto ricorrere all’uso delle imbracature e delle corde.
In questi siti sarebbe opportuno attrezzare degli ancoraggi fissi “ pendenti” già nel corso della bella stagione. Ciò aiuterebbe a semplificare la stesura dei nastri durante il mese di dicembre, quando le pareti si ricoprono spesso di insidiose lastre di ghiaccio.

5) I pali utilizzati per gli ancoraggi, potrebbero essere posizionati, almeno in parte, già nel corso dell’autunno, usufruendo così di un più ampio e flessibile periodo di tempo.
Si potrebbe tentare anche, in via sperimentale, di preparare in anticipo delle bobine, di diametro opportuno, costituite dai cavi in rafia o trecciato marino, di lunghezza adeguata a non costituire un eccessivo ingombro in fase di stesura, con le bandelle già annodate, che dovranno semplicemente essere svolte e fissate, eliminando così il lungo e noioso lavoro di bandellatura sul fiume. Sarà però necessario assicurarsi che, durante la creazione della bobina, i nodi e le bandelle non vadano a intralciare la fase di sbobinatura.

6) Si è osservato che, a causa della conformazione e dell’ orientamento geografico, gli stormi di cormorano risalgono la valle seguendo sempre il fiume che, per la quasi totalità del suo corso, è costeggiato dalla strada provinciale.
Per questo motivo gli stormi, anche di pochi individui, sono facilmente individuabili.
Inoltre si è osservato che i cormorani arrivano nelle zone di caccia in orari abbastanza precisi ( tra le 9 e le 11 del mattino ). Ciò probabilmente è dovuto alla distanza da cui provengono la maggior parte degli individui e dalla necessità di volare con una certa visibilità.


In alcuni luoghi della concessione SVPS ( gabbio di Doccio, vecchia diga di Roccapietra, Poligono di tiro a Varallo, Ponte di Morca) l’avvistamento e le conseguenti azioni di disturbo con petardi e/o razzi esplodenti ( fischioni) sarebbero certamente molto efficaci, andando ad integrare l’azione dissuasiva dei nastri.
E’ quindi verosimile ipotizzare che, degli appostamenti in orari e luoghi precisi potrebbero creare notevole disturbo agli stormi di cormorani che, provenendo da notevole distanza, transitano in direzione dei luoghi di caccia, tanto da indurli a ritornare indietro e, a seguito di ripetuti disturbi nel tempo, a cercare altre acque meno difese.
La permanenza in Valle di alcuni individui immaturi anche durante il periodo primavera-estate, può costituire un richiamo per gli stormi che ritornano in autunno. Per questo motivo bisognerebbe, con articolare insistenza, tentare di allontanare i giovani che rinunciano ad intraprendere la migrazione nei luoghi di nidificazione.

In conclusione quindi, sembra verosimile che la predisposizione di nastri anti-cormorano, integrati da sorveglianza e azioni di disturbo con petardi e/o razzi esplodenti, abbiano prodotto effetti positivi sulle popolazioni ittiche del Sesia in gestione alla SVPS, tanto da ritenere che, se ripetute negli anni ed estese ad una più ampia porzione di acque, potrebbero contribuire efficacemente alla riduzione sul territorio valsesiano della presenza dei cormorani, vista anche la notevole distanza della Valle dai siti più densamente popolati da questi uccelli durante il periodo invernale ( Po, Ticino, Toce, Lago Maggiore,).

Una seria e programmata attività di nastratura e dissuasione, opportunamente inserita nel piano di lavoro delle guardie SVPS, supportata dai volontari della stessa Associazione e da quelli del Valsesia Pinna Blu, è quindi assolutamente auspicabile anche economicamente, visti i danni che questi uccelli sono in grado di produrre.

Considerata in fine la portata e l’impegno sia in termini economici che di risorse umane di questi interventi, fino a pochi anni fa assolutamente inutili vista l’assenza pressoché totale di cormorani in valle, il contributo della Provincia, anche economico, mi sembrerebbe assolutamente doveroso e riconoscente degli sforzi e della responsabilità di chi si è fatto carico di gestire una risorsa naturale di interesse collettivo, anche con operazioni di straordinaria amministrazione.


Marco Veziaga

giovedì 11 febbraio 2010

Intervista all'ittiologo


Durante questi anni è diventata essenziale per la pesca la figura dell' ittiologo. Si potrebbe definire il medico dei pesci ma l'ittiologia è il ramo della zoologia dedicato ai pesci e, quindi, al gruppo di vertebrati più numeroso viventi nell'ambiente "liquido". Come branca delle scienze naturali l'ittiologia studia i pesci dal punto di vista filogenetico, morfologico, anatomico, fisiologico, ecologico, etologico e sistematico e in alcuni casi offre soluzioni ai problemi legati ai nostri amici pinnuti. Gli animali studiati dagli ittiologi sono i pesci ossei (Actinopterygii), quelli cartilaginei (Chondrichthyes) e gli agnati.


In parecchi recuperi nei canali in gestione al CAGeP ho avuto modo di conoscere un giovane ittiologo di Varese, il Dott. Pietro Ceccuzzi che collaborava ed allo stesso tempo ne traeva giovamento per il futuro della sua carriera. Mi sono chiesto più volte "Ma come si diventa ittiologo, cosa fa, quanto guadagna?" e cosi ho pensato di fargli una intervista. Le immagini sono state fatte durante un recupero nel Canale Cavour presso Biandrate in gestione al CAGeP. Da segnalare anche che il Dott Pietro ha scritto un libricino sui pesci e acque della provincia di Novara cioè in pratica la carta ittica presentato in una serata di gala presenti l'assessoressa provinciale di Novara e l' assessore regionale Piemonte.


---Pietro quale è l'iter scolastico per diventare ittiologo? E quale l'iter di "apprendistato"

-- Il mio iter scolastico è stato un po'anomalo, infatti ho iniziato con il Liceo Artistico per poi iscrivermi alla Facoltà di Scienze dell'Università degli Studi dell'Insubria. Dopo aver conseguito la Laurea in Biologia a pieni voti all'inizio del 2004, con una tesi sulla biologia e l'ecologia del pesce gatto (I.melas)nel lago di Varese ho cercato di spingere sempre più in la le mie conoscenze sia sul campo che sui libri. Ora sono uno dei responsabili tecnici di un piccolo incubatoio di trote dell'Associazione di Pescatori "Tinella '72" alle foci del Torrente omonimo sulle rive del Lago di Varese e collaboro con altri incubatoi sparsi un per la Provincia ed in Piemonte. Grazie alla mia passione e spero anche per le mie competenze ,il Presidente dell'APD Novara e del CAGeP nonché vicepresidente della consulta regionale piemontese di pesca Renato Pellò, mi ha contattato come "consulente" ed ora, nel 2006, sto collaborando, a titolo gratuito, alla stesura della Carta Ittica della Provincia di Novara. La mia principale attività comunque resta quella della ricerca in Università dove sto portando a termine il Dottorato e lavorando nell'impianto sperimentale di allevamento della spigola (D.labrax) del Dipartimento di Biotecnologie. Molti mi chiedono che senso abbia allevare il branzino a Varese, io credo che sia una bella sfida, in più a livello scientifico ci permette di avere a disposizione uno stock di pesci per la sperimentazione e per la raccolta dei dati. Il mio sogno più grande resta quello di poter lavorare sulle popolazioni di pesci autoctoni del "mio lago" quello di Varese che purtroppo hanno subito un forte decremento negli ultimi anni e che hanno bisogno di una gestione più oculata.

---Una volta laureato quali sono le prospettive di lavoro e di guadagno?

-- Poco molto poco; attualmente ricevo solo qualche centinaio di euro dall' università. Se si riesce ad affermarsi poi si può anche guadagnare scrivendo testi o con collaborazioni varie con gestori di acque di varia natura; privati, consorzi, amministrazioni pubbliche. Si può diventare dipendenti di qualche amministrazione ma è dura. Credo che l'unico mezzo per potersi affermare nel mondo dell'ittiologia sia la coltivazione della propria passione. Poi intervengono fattori di fortuna, professionalità e volontà ad imparare sempre restando sempre umili, mantenendo sempre i contatti sia con le persone che gestiscono gli allevamenti o la pesca sul campo (i volontari delle associazioni come CAGeP o FIPSAS) e nello stesso tempo le Amministrazioni Locali. Penso che questo sia il punto cardine della faccenda.

--- Prospettive future..??

-- Non so spero solo di poter continuare a lavorare con i pesci.

--- Cosa fa praticamente un giovane ittiologo? E un vecchio ittiologo? Ti ho visto nell' ultimo recupero portarti dietro un piccolo acquario, mettervi i pesci e fotografarli....vi è anche una sezione per la fotografia negli studi ?

-- Ma quello che hai visto tu l'altro giorno era sicuramente uno dei momenti importanti e più belli della professione, il contatto con la fauna ittica, l'osservazione del pesce, il recupero dei dati che poi serviranno per poter tirare delle conclusioni sullo stato della popolazione di pesci che si sta studiando. Una delle cose più belle di quando si fanno recuperi di pesci per scopi scientifici sono le sorprese nel ritrovare magari esemplari rari, o viceversa alloctoni che li non dovrebbero starci; Qua abbiamo rilevato ad esempio la presenza del Rodeo Amaro, della Pseudorasbora e del luccioperca. Li quindi scatta l'importanza della documentazione fotografica di quello che si trova sul campo, credo che ogni buon ittiologo debba avere un proprio e ben fornito archivio fotografico.



--- A tua conoscenza gli ittiologi sono anche pescatori?

-- Io lo sono, anche se negli ultimi due anni ho pescato proprio poco, sia a livello di quantità che a livello di numero di volte.

--- Quali sono le situazioni ittiche che ti preoccupano di più per la zona che conosci? Io sono molto allarmato dalla quasi scomparsa dei piccoli ciprinidi nostrani come triotto, alborella, gobione e anche del vairone da qualche parte oltre che situazione del cavedano che definirei drammatica in Piemonte e nei grandi laghi in generale.

-- Per quanto riguarda il lago di Varese e zone limitrofe le problematiche sono veramente tante e molto difficili da risolvere. Innanzi tutto credo che la mancanza dell'alborella (A. alburnus alborella), ormai da più di 10 anni, nel lago sia uno dei problemi più grandi. Noi come Associazione in collaborazione con la Provincia e GRAIA abbiamo avviato un progetto di reimmissione di questa specie nel lago e sembra che si inizino a vedere i primi risultati; solo nel 2005 abbiamo prodotto circa 800.000 uova di alborella, poi liberate nel lago dopo la schiusa. Un'altra specie secondo me in pericolo è il pesce persico (P.fluviatilis), che negli ultimi anni ha subito un declino vertiginoso, dovuto a molti fattori come la pesca eccessiva, da parte di dilettanti e professionisti, la
competizione con specie alloctone (siluro, pesce gatto, gardon) e la mancanza di pesce foraggio. Il persico era una specie che fino agli anni ‘70-80 ha mantenuto viva l'economia rivierasca pensa che negli anno ‘60 rappresentava circa il 35% del pescato totale, e si parla di tonnellate ora si parla solo di alcuni quintali. L'anno scorso abbiamo iniziato a riprodurre anche questa specie immettendo in lago quasi 1 milione di avannotti. Anche la scardola (S. erythrophthalmus), che di solito è un pesce molto resistente a condizioni ambientali sfavorevoli ha subito nell'ultimo decennio una forte flessione, forse a causa del cambiamento delle condizioni trofiche del lago in continuo miglioramento. In più la popolazione non risulta ben strutturata nelle varie classi di età, in alcune annate infatti la riproduzione non è andata a buon fine. Pensa che nel lago anche il luccio (E.lucius) ed il lucioperca (S.lucioperca) ormai sono difficili da reperire. Il problema di fondo a mio avviso sta nel fatto che gli sforzi economici della Comunità Europea e delle Amministrazioni Regionali si concentrano sulle specie più "famose" ed importanti per la conservazione della
biodiversità come la mormorata o il pigo. Di conseguenza molte delle specie meno "famose" che magari subiscono anche forti riduzioni a livello locale, vengono poco considerate. Tuttavia la Provincia di Varese risulta un'isola felice; infatti l'Amministrazione Provinciale ha sempre contribuito con fondi a piccoli e grandi progetti rivolti alla conservazione delle specie ittiche. Per quanto riguarda le popolazioni del cavedano (L.cephalus)del lago Verbano, come ti dicevo in privè, stanno passando una situazione normale a mio avviso; infatti molti degli scarichi fognari sulle quali questa specie opportunista viveva sono stati collettati, quindi è logico che se ne vedano meno girare sulle rive del lago, devono cercarsi altre fonti di cibo in più saranno anche calati visto che meno cibo uguale meno pesce.

---Pietro ti ringrazio anche a nome dei lettori. Se qualcuno ha bisogno di te come può contattarti?

-- Grazie a te, se qualcuno avesse bisogno di contattarmi lascio la mia mail pietro.ceccuzzi@uninsubria.it

Walter Scandaluzzi




martedì 9 febbraio 2010

La nave dei veleni affondata al largo di Livorno

Nell'ultimo periodo la cronaca ha riportato le rivelazioni del pentinto della 'ndrangheta calabrese Francesco Fonti riguardanti l'affondamento di diverse navi cariche di rifiuti tossici in diversi punti dei mari che circondano la nostra penisola.
Una vera e propria bomba ecologica che non risparmia neppure le acque toscane.
Fonti ha infatti raccontato della presenza di una nave carica di rifiuti prodotti da un'azienda farmaceutica del nord Italia, affondatata al largo delle coste livornesi.
La regione Toscana, di concerto con Legambiente toscana, hanno chiesto interventi immediati e la procura di Livorno ha fatto subito partire le indagini. E' di ieri (7 ottobre 2009) la notizia della riunione tra la Commissione Ambiente Toscana e la Commissione Sanità. L'incontro delle due commissioni è servito proprio per studiare la situazione, ma, come dice lo stesso presidente della Commissione Ambiente Erasmo D'Angelis, mancano le risorse finanziarie per affrontare a fondo il problema e mettere in atto tutte le necessarie verifiche.
Intanto l'assessore regionale all'ambiente, Annarita Bramerini, dice che è necessario cercare di capire quanto ci sia di concreto nelle dichiarazioni fatte dal pentito e assicura sullo stato attuale del nostro mare; infatti i campioni di acqua analizzata e i prodotti pescati non presentano nessun anomalia.
La riunione è servita anche per dare la parola agli esperti, tra i quali il contrammiraglio Ilarione D'Anna, che ha riferito dell'arrivo nei prossimi giorni della nave "Scialoja" dotata di apparecchiature in grado di scandagliare fondali fino a 300 metri.
Le attività della nave inizieranno dal punto (10 miglia al largo di marciana Marina) in cui è stata avvistata la portacontainer "toscana", battente bandiera maltese, mentre scaricava in mare materiali sospetti.
Il contrammiraglio D'Anna pone tuttavia il problema su quando sarà necessario allargare lo spettro delle ricerche.
Le acque competenti la regione Toscana si estendono per oltre 11.000 km quadrati, con profondità che superano i 300 metri, e quindi sarà necessario l'utilizzo di altre unità diversamente attrezzate e supportate dal necessario finanziamento, che al momento non pare arrivare dal governo centrale.
Oltre a dover trovare questa eventuale discarica sottomarina si pone anche il problema di capire se e come queste sostanze si siano liberate nell'ambiente e in quale modo possano aver interagito con l'ecosistema marino.
Il rettore dell'università di Siena, Silvano Foccardi, già dirigente dell'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare, in questo senso si è espresso molto chiaramente. Stando alla sua esperieza sostiene che in casi come questi la sola analisi delle acque è insufficiente, ma è invece necessario uno studio eco-tossicologico approfondito per capire quali siano i possibili target di queste sostanze e se siano già entrate negli organismi che popolano il mare.

Questo è quello che succede al nostro mare. Solo nelle acque calabresi, stando sempre alle dichiarazioni di Fonti, nel corso degli anni sono state affondate più di 30 navi cariche di scorie di ogni genere e chissà quante altre bombe ecologiche giacciono sui nostri fondali.
A chi volesse approfondire l'argomento sulla situazione nelle acque livornesi consiglio la visita del sito della Regione Toscana che ha aggiornamenti continui sull'argomento.

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Mnemiopsis leyidi: la "medusa mangia pesci"

E' arrivata anche qui, nel Mar Ligure. Vorrei però partire dicendo che non è una medusa, ma è un CTENOFORO; non sto a dilungarmi sulla distinzione (se avete interesse basta cercare su Wikipedia).
E' caraterizzato dal colore bianco, raggiunge al massimo i 10 cm di lunghezza, è praticamente trasparente e ha due file di tentacoli coi quali cattura plancton, larve e crostacei allo stadio giovanile. Non è pericolosa per l'uomo, visto che i suoi tentacoli non sono urticanti come quelli delle meduse, ma svolgono la loro funzione grazie ad una sostanza posta alla loro estremità che fa letteralmente appiccicare le prede.

Rappresenta però un potenziale grosso pericolo per gli abitanti del mare.
Negli anni 80 è apparso per la prima volta nel Mar Nero, a quanto pare trasportato dalle acque di zavorre delle petroliere USA (le cui coste sono il suo habitat naturale), e in seguito alla sua proliferazione ci fu un drastico calo del pescato, con ricadute economiche importanti oltre che ambientali.
Sembrava che questo essere fosse destinato a restare confinato in quelle acque, invece circa 2 anni fa è stato avvistato nell'Adriatico e adesso ha fatto la sua comparsa anche luongo le coste occidentali.

La prima segnalazione di una loro massiccia presenza risale alla fine di luglio ed è arrivata grazie alla campagna "OCCHIO ALLA MEDUSA" di cui potete un poster esplicativo cliccando QUI
Il contatto con questo nuovo inquilino del nostro mare è arrivato proprio dalle mie parti, con precisione dalle acque di San Terenzo in provicia di La Spezia.

Quello che è necessario sottolieare è che sia la carta stampata che alcune riviste on line hanno dato un quadro abbastanza confuso su questo animale, dipingendolo come un predatore vorace di pesci e crostacei.
La sua pericolosità deriva dalla sua dieta e dalla mancanza nei nostri mari di pesci che possano mangiarli.
Infatti come predatore si nutre di plancton e altri organismi pelagici che rappresentano il primo gradino della catena alimentare, togliendo di fatto nutrimento agli altri animali.
A questo è bene aggiungere anche le responsabilità dell'uomo che con lo sfruttamento sconsiderato del mare e il costante inquinamento ha dato un grosso contributo nel ridurre il numero di pesci autoctoni che avrebbero potuto tenere sotto controllo il proliferare di questo animale.

Un altro pericolo da inquinamento biologico che potrebbe rivelarsi molto più serio di quanto si possa pensare.




Damiano Merlini